Tornare alla Montagna
Agosto, la stagione del ritorno
Da bambina ho imparato che c’è sempre un posto a cui tornare e che l’estate è la stagione d’eccellenza per i ritorni. La mia famiglia torna ad agosto, per tempi che ogni anno si fanno sempre più brevi e che richiedono di essere incastrati tra un impegno e l’altro. Tra di noi il luogo di ritorno lo chiamiamo semplicemente Montagna, perché per la nostra storia quella è la montagna che prevale su tutte le altre e più delle altre ha il diritto di essere chiamata tale. È in una diramazione della Valcamonica, al culmine di una serpentina di tornanti che si staccano dalla superstrada per giungere a cumuli di rocce aggrappati ai pendii di una valle chiusa, sconosciuti ai più perché privi del turismo invernale e rari di quello estivo. Chi ci arriva è solo chi ci torna. Un ritorno che si fa stanco, indolenzito, e che scompare con il passare degli anni, per rimanere una possibilità nel filo delle generazioni, che talvolta si disperde e spesso si attorciglia in altri mondi.
Da bambini io e i miei fratelli partivamo con i nonni e ci stavamo tutto il mese. Il nonno ci incastrava nei sedili posteriori della Seicento tra i borsoni e le provviste, durante il viaggio elencava le cose che avrebbe dovuto fare una volta arrivato: Aprire l’acqua, pulire la stufa, tagliare la legna. E la nonna: Far prendere aria ai muri, al divano, al materasso, cambiare i letti e togliere le ragnatele. Imboccati i tornanti la strada diventava ripida e il nonno tirava la seconda fino a farla ululare. Quando la salita piegava cieca suonava il clacson, come a dire: eccoci, stiamo arrivando, stiamo tornando. Passato l’ultimo borgo iniziava la loro terra, allora appuntavano i cambiamenti: un piccolo smottamento, un ruscello in piena: Deve aver piovuto molto, diceva la nonna. Sarà la neve dell’inverno, rispondeva il nonno. Passata la stalla del Mena, il nonno allungava la mano oltre il volante. Indicava il monumento, quello alla frana del ’60. Rallentava fino a fermarsi, allora facevano il segno della croce. Fatelo anche voi, ci dicevano.
Quando scendo dalla macchina l’odore mi pizzica lo stomaco come la fotografia di un vecchio amore. Io e i miei fratelli apriamo il baule e scendiamo le scale della casa che i nostri genitori hanno ristrutturato per farci tornare. Si fa subito la conta delle macchine parcheggiate e delle ante aperte, più tardi qualcuno ci fa notare quanto siamo cresciuti dall’ultima volta, anche se ormai siamo adulti. Mi affaccio al terrazzo: dei bambini corrono su per la via, alcune donne parlano radunate in cerchio, una ha un grembiule legato in vita, più in là una signora sale le scale e ci saluta con l’ululato che usava con le bestie. Guardo la fontana e poi la chiesa che svetta come una polena sulla vallata, appena sotto il cimitero a chiarire i destini e contenere la storia. Leggere le lapidi è il mio pellegrinaggio silenzioso, il mio gioco della Montagna, il mio ritorno. La promessa che tra poco lo raggiungerò è ciò che mi basta a giustificare un’intera esistenza, come poco fa lo era la salita dei tornanti e ancor prima la vista dei miei fratelli nello specchietto retrovisore. Da bambina tiro la corda del campanile e poi scappo con il cuore in gola e l’eco che mi insegue sul sentiero, i miei fratelli dietro di me ridono forte. Ora scendiamo le scale piano, guardiamo il profilo delle cime alle spalle della nostra casa, discutiamo su chi ha le chiavi, ribaltiamo la macchina e le scopro sul fondo della mia borsa. Infiliamo la chiave e sappiamo esattamente cosa fare.
Quando agosto arriva se ne sta già andando. Tra la solidità delle montagne è chiaro che il movimento non appartiene più a questi luoghi. Scendo sull’unica via, acciottolata e stretta, le case riverse e addossate le une alle altre, case rocciose come la Montagna, dure come gli inverni che nessuno vuole più vedere, si somigliano tutte, strette e verticali, aggrappate su una montagna verticale, tutte uguali, come le famiglie, anche loro tutte uguali, uomini alti, verticali anche loro, donne dai tratti duri e le mani da uomo. Mi chiedono di chi sono, e so che la risposta implica il risalire l’albero genealogico. Mi piace risalirlo, mi piace nominare il nome di mio nonno e poi della nonna. In Santella ci si incrocia, sotto gli occhi caduti di Santa Lucia, ci si dice chi è nato, chi si è sposato e chi è morto. Si spia nelle case: in quelle aperte si dice permesso, a quelle chiuse si fa il segno della croce. La casa dei nonni rimane chiusa, ma dopo aver spolverato la nostra ci faccio un giro per farle prendere aria. Odora di muffa. La stufa in ghisa bianca mi ricorda il pane caldo con la cioccolata e il minestrone scaldato alle cinque del pomeriggio. Il pavimento scricchiola. Ogni anno apro i cassetti con la speranza di trovarci indizi di ricordi che ho perso per strada, ma non trovo più niente. Dalla finestra della loro camera si vedono i boschi, fitti e solidi, dei pendii opposti. Con la sola estate a disposizione il paese cambia lento, il telefono non prende e delle case si legge ancora la struttura originale, con le crepe coperte dalle malte e l’ardesia sui tetti. Qualcuno passa per la strada e chiede alla finestra aperta chi c’è: si cercano gli amici, i vecchi compaesani, i superstiti della vecchiaia. Il nonno è nato in questa casa. La nonna poco più in là. Le ho studiate le loro storie e le storie del paese. Storie lontane quanto fondamentali perché rimandanti alla mia di storia. Negli anni mi sono servite a riconoscere il gene della scoperta nel trisnonno che dalla Montagna se ne è andato in America, e a scusare la mia solitudine nel silenzio dei boschi e negli orizzonti desolati che i miei avi hanno abitato, anche se agosto è affollato e su una bacheca leggo che, come ogni anno, ci sarà una gara di torte e una gita alle miniere. I paesi di villeggiatura d’estate si rivestono di iniziative e desideri che arrivano direttamente dal fondo valle. Quelli che vivono tutto l’anno quassù si contano sulle dita di una mano, ma non serve nemmeno usarle tutte. Eppure, i più, quelli che tornano ogni anno, non condividono solo un paio di cime esposte al sole o l’acqua della fontana che dicono faccia bene ai reni, quello che spartiscono è una narrazione comune, un’ombra latente di unicità e nostalgia, che si fa bagaglio delle generazioni, e che forse è il motivo principale per cui scrivo.
Quando mia madre era bambina il bosco sopra casa era un prato verde in cui le vacche pascolavano, si riuscivano a vedere le baite più in alto e il sentiero sul canale; quando lo ero io c’erano già gli alberi, così alti da farti pensare che ci fossero sempre stati; una donna con il foulard in testa falciava l’erba con i piedi ben piantati e la gerla sulle spalle, i villeggianti d’agosto si fermavano sul filo della strada a osservare quei movimenti esatti come lo strascico di uno spettacolo dopo gli applausi finali. È una storia come un’altra, di cose che cambiano, di un paese che ora c’è e un giorno chissà. C’è stata un’epoca lunga tremila anni in cui il ferro garantiva la vita; una più breve in cui da Montagna familiare è divenuta Montagna industriale; una in cui la guerra ha costruito le strade e gli uomini sono caduti; una in cui il ferro è finito, gli uomini hanno iniziato emigrare e il paese è andato in mano alle donne; una in cui anche le donne sono emigrate. Gente che per la prima volta ha sceso le montagne. Come la mia nonna, che da pastora è diventata donna di servizio per i signori di Brescia e di Milano. Gli uomini: già in Svizzera nelle fabbriche. La fine è coincisa con l’alluvione, che si fece simbolo locale di una crisi universale. Povera Val Camonica, così operosa e così sventurata, si leggeva sul giornale di Brescia il 16 Settembre 1960. La leggenda familiare vuole che la pioggia cadesse incessante da diverse ore quando la Montagna ha digrignato i denti ed è cambiata per sempre. Mio nonno, che allora era già con altri uomini in Svizzera, quella notte sognò suo padre – già morto della malattia dei minatori - che gli diceva che aveva perso un figlio per un pugno di fieno (da qua la credenza di chiaroveggenza familiare per le stragi), il giorno successivo lo chiamarono per comunicare che suo fratello era rimasto sotto una frana nel tentativo di liberare delle vacche bloccate in una stalla, con lui altri undici persone del paese. Mariti, padri, zii, prozii, figli di chi ora passeggia col bastone in mano sulle strade asfaltate, godendo dell’aria fresca della Montagna. Erano una mucca e due capre, quelle che avrebbero voluto salvare: il finale atroce dell’ultima comunità di montanari. Nei mesi successivi la gente dovette aprire gli occhi e ammettere l’insostenibilità della vita tra le vette, condannando il paese a una nuova torpida era.
La gara di torte è il giorno prima di ferragosto, subito dopo la messa in Santella per i dei defunti dell’anno. Ci sono una cinquantina di persone elettrizzate dagli zuccheri e una decina di torte in gara. I bambini corrono tra le gambe degli adulti, ci deve essere tutto il paese, parroci compresi, ne assaggi quattro e dai un giudizio: la vittoria è basata su una media più incline al caso. La gente ride e si diverte, domanda le ricette e fa i complimenti. Chi ha abitato queste montagne ha le linee del volto dure e corrugate che riconosco, che nelle generazioni e nella gioventù si disperdono e si alleviano. Amano parlare della miseria e del freddo come fossero una medaglia al valore, gente che avrebbe potuto credere che il mondo fosse tutto lì, tra le due vallate che stringono il paese. Sono pochi quelli rimasti, quelli che l’hanno vissuto com’era. La donna che mi ha salutato dal terrazzo ha i capelli corti e un paio di orecchini che luccicano, mi racconta delle botte che ha preso dalla sua mare e gli occhi brillano come i suoi lobi. Un ragazzo mi spiega che il bosco avanza di cinque metri all’anno e che se non si tiene pulito inghiotte anche noi. Ha una camicia a quadri infilata nei pantaloni l’uomo che mi racconta che se si andava alla latrina a fare il bisogno grosso era da riportare indietro: bagole d’oro per concimare la terra, ride, con gli occhi piccoli sotto le sopracciglia canute. Mi divora la nostalgia, l’ansia che provo è quella del muschio bagnato che fa scivolare a valle. Le storie che un giorno finiranno, quando il contatto con l’origine sarà in mano a un filo così sottile e altro rispetto a narrazioni più grandi; quando anche l’ultimo di noi si dimenticherà delle miniere, della miseria e degli inverni freddi, allora il paese potrà essere solo un luogo come un altro di villeggiatura, buono per l’aria pulita e le estati fresche. Ma forse questo lasciare andare fa parte della storia quanto ricordare, e questo presuntuoso bisogno di trattenere, di raccontare e mettere in scena non è altro che l’ennesimo tentativo di un Io narcisistico di tenere insieme i tasselli che lo costituiscono per sperare di non essere dimenticato.
Più tardi, mentre cammino per il borgo mi rendo conto di quanti ricordi trattengo, ricordi che si prolungano ben oltre la mia biografia, tracce della memoria di altri che la mia ha voluto trattenere come un affare proprio; storie dei miei nonni, di mia madre, di chi mi ha raccontato e di quello che mi sono inventata. Ho un ricordo del mio trisnonno che attraversa il paese di ritorno dall’America, la traversata atlantica e lo sbarco a Le Harve; trattengo l’odore della latrina pubblica che non ho mai visto ma che si sovrappone ai bagni chimici di certi festival a cui sono stata; mi sogno l’occhio di vetro di un parente di cui non conosco il nome ma di cui conosco la casa, ora chiusa e pericolante.
I giorni passano e anche la settimana di ferragosto sta per finire. Le prime case ritrovano la loro solita oscurità. Le macchine lasciano le strade e settembre si avvicina. Arrivano i funghi. In paese si dice che stiano spuntando, nel pomeriggio i boschi sono già battuti ma noi abbiamo il pretesto delle gambe giovani che ci concedono altri tracciati. Ognuno di noi con la testa bassa segue la propria linea nel sottobosco, tra le rocce e i licheni, il muschio e le pigne, gli aghi secchi e i formicai. Ognuno a seguire la propria bussola. Intenti a tastare il terreno e a seguire l’odore dei porcini. Quando sollevo lo sguardo non c’è più nessuno, solo la Montagna coi suoi abeti rossi che toccano il cielo. Allora grido il loro nome e la risposta mi arriva: una da monte, l’altra da valle. Ci ritroviamo, e siamo bambini, adulti, anziani, con la nostra retina e qualche porcino per farci la pasta. La montagna non trattiene, e continua esistere al di là dei destini, delle lacrime e i sospiri di tutti i secoli, solida e imperatrice sulla piccola condizione umana.
Quando svelo a mio fratello la mia preoccupazione sulle storie, solleva le braccia e mi dice È la vita, Marti, non possiamo farci niente.
Il bosco avanza, di cinque metri all’anno.
Grazie per aver letto Rotte, alla prossima :)





Super super super racconto !!! Anche chi non vive la montagna viene catapultato in questi paesaggi che “ respirano “… e fanno sognare !