Andare e tornare
Quando l'altrove diventa casa
La prima notte sogno di precipitare. Sono su un volo, ma non riesco a ricordare dove sia diretto. L’aereo perde quota, una sensazione di terrore e mi sveglio. Percepisco il peso del corpo sul materasso, tasto le lenzuola, l’altra parte del letto, il suo corpo, ancora addormentato. Fuori dalla finestra sento scorrere un fiume cinese di cui ancora non conosco il nome. Cerco le montagne, perché mi sembra l’unica possibilità a giustificare i 1900 metri d’altitudine, invece non ci sono. Non c’è nulla che conosco, e questa è la mia paura di cadere.
Poi, come in ogni dove, arriva il mattino. Lattiginoso e fresco, come il primo giorno d’inverno. Lascio la stanza e riscopro il mio passo nomade in un bagno per gradi. È una questione di attenzione, di odori, di rumori. Di imparare a dire grazie, prego, ciao. Disimparare i sapori per accoglierne altri, e fidarsi degli altri, perché i simboli non li possiamo comprendere; e allora guardare come si fanno le case, come si cammina sui marciapiedi, come si ci si ama. Posso baciarti mentre il semaforo diventa verde? E poi la frutta e la verdura, quella che abbiamo in comune e quella che invece no. Il mercato dei fiori, quello del pesce, quello delle spezie. Nei mercati mi sembra che ci si possa tuffare più a fondo e per esempio dimenticarsi che il nostro di mercato sente di pollo fritto e zucchero bruciato e che c’è stato un tempo in cui andavo a prendere le caramelle prima di entrare a scuola.
Puntiamo alle montagne, che da sempre mi fanno sentire a casa. Anche se qua sono oblique e nude, montagne d’altopiano abitate da milioni di abitanti. Mi dico che se potessi dividermi in tanti pezzettini, una me la lascerei qua, poco fuori città, dove anche gli uomini scompaiono, a studiare vette che non mi appartengono per retaggio, ma sono composte da rocce calcaree ed eruttive, esattamente come le mie, e come le mie contengono la storia che mi proietta al di fuori di me, in uno spazio e tempo che fatico a concepire.
Un giorno attraversiamo un confine a piedi. Il confine è un ponte sul fiume Rosso che da un lato è Cina e dall’altro è Vietnam. Transitano donne con le valige pesanti della merce che venderanno in qualche mercatino di Hanoi; lungo le scale se le caricano sulla schiena come muli e scendono, fino alla frontiera, dove un uomo stanco timbra il passaporto. Timbra anche il mio. Che è forte e mi fa passare i confini senza tante domande.
L’altro lato è una Detech1, con cui attraversiamo il paese. Tracciamo le strade da nord a sud, dalle torri di calcare al delta del Mekong. Di notte penso a Marguerite Duras e a sua madre, che diceva somigliare più a una contadina vietnamita che a una donna francese. Attraverso le vite delle prime viaggiatrici come se fossero le mie, e mi domando se al posto loro ne sarei stata in grado, o se il mio è solo il privilegio del tempo. Con Karen Blixen mi sembra di poterci parlare. Anche se la sua Africa è lontana dalla mia Asia, apprendo il suo modo di guardare e di stare in un altrove che non ci ha cresciuto. Restare. È questo che mi interessa, ecco perché anche qua lascerei una me a smuovere il riso con le altre donne, a capire se conta di più la famiglia, la religione o il lavoro.
Arriviamo in Indonesia, ed è come tornare a casa. Una casa fatta di persone, di orizzonti e di un tempo nuovo, e in quel tempo nasciamo di nuovo anche noi e ci innamoriamo da capo, mentre le scimmie ci invadono e i vicini cantano, cantiamo con loro e la sera balliamo un poco, con Lucio Dalla o Lucio Battisti, anche quando arriva la malinconia, basta che uno dica Balliamo! e allora allungando la mano l’altro la prenda, sotto una luna che parla, che guida le maree e le celebrazioni. Mangiamo prevalentemente riso. Per ringraziare uniamo le mani e facciamo un piccolo inchino. Al tramonto camminiamo lungo la spiaggia come se lo avessimo sempre fatto e poi ci lamentiamo del traffico, dei turisti e della plastica che porta l’oceano. Con fiori e incenso ringraziamo il cielo, la terra, l’acqua, la giornata che verrà e quella che è appena trascorsa. Immaginiamo di crescere i nostri figli qua. Passiamo davanti a una casa e diciamo Potrebbe essere così, con alberi di manghi, banane e papaya. E accade che questo diventa l’unico modo in cui sappiamo camminare, e la domanda se saremmo mai potuti tornare a casa è una lucciola incandescente che si muove sul nostro letto prima di andare a dormire. Ce lo sussurriamo come bambini stanchi: se ci somiglia più questa o quell’altra vita. Quell’altra che a questo punto mi sembra così remota, e si intromette solo talvolta quando qualcuno chiama e rovescia una colata di Poi quando torni. Ma noi ogni giorno mangiamo piccante come se lo avessimo sempre fatto, salutiamo i vicini come se dovessimo organizzare la festa del paese. Dall’oblò dell’aereo vedo l’isola rimpicciolirsi, è un a lacrima o un diamante.
Siamo tornati. E ci siamo accorti che mentre noi tessevamo altrove, qui la nostra vita continuava a intrecciarsi da sé. Così, in un giorno di inizio giugno, ci siamo rinfilati tra le sue maglie come se non ce ne fossimo mai andati. Abbiamo ripreso il nostro posto a tavola e le chiacchere che avevamo lasciato in sospeso. Mentre raccontiamo del terremoto di Bangkok davanti a un piatto di lasagne, mi rendo conto che tra di noi si cela un mondo piccolo e tutto nostro, un mondo distante in cui siamo stati viaggiatori e uno in cui abbiamo abitato nella giungla. E ora siamo qui, dove tutto parla di noi: il passato è dietro ogni angolo, chiuso negli armadi o appeso alle pareti di casa. I pensieri che avrei potuto dimenticare: ancora incasellati nei diari sulla mia scrivania. Mia madre agli arrivi in aeroporto, mi bacia in fronte e dice La mia bambina.
Grazie per aver letto Rotte, alla prossima :)
Brand motociclistico vietnamita.






Martina bella .. vorrei che i tuoi racconti durassero pagine e pagine .. sono così coinvolgenti.. non dovrebbero mai finire!!
Super brava!